POTERE E RESPONSABILITÀ

3 gennaio 2021 – In una democrazia moderna, l’esercizio di un potere non può andare disgiunto dalla responsabilità, quale che ne sia la natura: politica, contabile, penale, civile, disciplinare, ecc.

C’è una sola categoria che ha sempre fatto eccezione: quella dei magistrati. Per loro, la legge che prevedeva la responsabilità civile chiaramente serviva soltanto ad evitare problemi di costituzionalità, non certo a restituire giustizia a chi avesse subito un torto, e quella disciplinare poteva sanzionare ritardi e reati, ma non ingiustizie.

Per molto tempo, sono stato convinto che la eccezione fosse giustificata. Per un verso, essa riduceva il rischio del conformismo delle decisioni, e quindi garantiva all’ordinamento quella capacità di adattamento al mutamento delle esigenze sociali che si sviluppa attraverso le interpretazioni evolutive che noi avvocati proponiamo, ed i giudici qualche volta accolgono.

Per l’altro, mi sembrava che non vi fosse necessità di quella funzione di stimolo della attenzione che il rischio della responsabilità svolge per tutti noi: la struttura delle garanzie del processo, e la diffusa serietà dei comportamenti, erano sufficienti ad evitare danni irreparabili.

Oggi, però, le cose sono cambiate, e molto. Direi che il rischio di conformismo non è più attuale: con il Presidente della Repubblica, sono molto più preoccupato dalle smanie di protagonismo di alcuni (molti?) che riducono la eguaglianza dei cittadini dinnanzi alla legge. Se si vuole evitare che i processi si riducano ad una riffa, bisogna poter contare non solo su leggi comprensibili, ma anche su interpretazioni prevedibili. Le garanzie dei processi, poi, si sono ridotte sempre di più, sotto la spinta di un mercantilismo che troppo spesso ha confuso la efficienza con la sommarietà. Ma il vero problema è la serietà dei comportamenti. Non mi riferisco alle degenerazioni patologiche  di cui si dovranno occupare i procedimenti disciplinari o quelli penali, ma a quella superficialità quotidiana che vedo sempre più diffusa (forse in parte resa inevitabile dai numeri, ma certamente non sempre mitigata da una collegialità effettiva) che sta progressivamente pregiudicando la equità dei rapporti sociali che la giustizia civile è chiamata a garantire. Lo confesso: non sono più convinto che la eccezione sia giustificata, ed anzi penso che ormai bisogna fare qualcosa. Non è giusto, che a qualcuno sia consentito impunemente di danneggiare un suo simile, o magari addirittura rovinargli la vita, per la smania di protagonismo o per errori marchiani che avrebbero potuto essere evitati con un po’ di attenzione. La “modestia etica” di alcuni, peraltro eletti a quanto ne so io in modo legittimo, sulla base del principio di rappresentanza su cui si fonda la democrazia, è la spia di un fenomeno più diffuso, e che deve cessare. Bisogna che tutti i giudici recuperino la serietà dei comportamenti che alcuni ancora custodiscono e, con essa, autorevolezza e prestigio. Ne guadagnerà la credibilità delle decisioni, che per deflazionare il contenzioso è molto più utile di quei filtri indecenti cui un recente passato ci ha abituato. Spetta ai giudici, in primo luogo, farsi carico di questa esigenza di rifondazione, che è indispensabile se vogliamo restituire ai cittadini una giustizia credibile. Ma se questo non accadrà, dovrà essere il Legislatore ad intervenire non solo con timidi tentativi di riformare l’autogoverno, ma anche stabilendo un principio che, da che mondo è mondo, vale per tutti: chi sbaglia, paga.

 

Antonio de Notaristefani

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