Dopo l’incontro al Consiglio Nazionale Forense promosso dall’Unione Nazionale Camere Civili, il confronto con il presidente Alberto Del Noce e con il segretario Rosaria Filloramo sulle prospettive di tutela per gli orfani di crimini domestici
L’evento “Gli orfani speciali: dalla Legge n. 4/2018 all’effettività della tutela”, ospitato il 15 aprile 2026 nella Sala Aurora del Consiglio Nazionale Forense, ha rappresentato un momento di riflessione di alto valore giuridico e civile su una delle questioni più complesse e sensibili del nostro tempo: la protezione dei minori vittime indirette di violenza domestica e femminicidio.
L’iniziativa, fortemente voluta dal Dipartimento Pari Opportunità dell’Unione Nazionale Camere Civili, ha messo in dialogo avvocatura, magistratura e accademia con un obiettivo chiaro: trasformare il dato normativo in tutela effettiva.
Non solo analisi della legge n. 4/2018, ma una riflessione concreta su prassi, criticità applicative e strumenti operativi, in un percorso che ha già prodotto un importante riconoscimento istituzionale da parte dell’Osservatorio sulla violenza di genere del Ministero della Giustizia.
In questo quadro, il ruolo dell’avvocatura emerge come centrale: non semplice interprete delle norme, ma soggetto attivo nella costruzione di un sistema di protezione più efficace e aderente ai bisogni reali.
Ne parliamo con il presidente dell’Unione Nazionale Camere Civili, Alberto Del Noce, e con il segretario dell’UNCC, nonché referente del Dipartimento Pari Opportunità, Rosaria Filloramo.

Presidente Del Noce, quanto è ancora ampio oggi il divario tra la legge e la tutela effettiva degli orfani di crimini domestici?
«Il divario esiste ed è ancora significativo. La legge n. 4/2018 ha introdotto strumenti importanti, ma la loro efficacia dipende da un sistema capace di attivarli tempestivamente e in modo coordinato. Oggi questo non accade sempre: tra lentezze procedurali e difficoltà organizzative, il rischio è che la tutela arrivi tardi o in modo disomogeneo. Questi minori si collocano tra più sistemi — penale, civile e servizi sociali — che faticano a dialogare. Il risultato è una protezione che varia ancora troppo da territorio a territorio».
Un nodo rilevante riguarda anche la disparità nella quantificazione del danno. È una criticità del sistema?
«Sì, ed è una criticità concreta. Oggi non esistono criteri uniformi per la liquidazione del danno agli orfani speciali. Questo significa che situazioni analoghe possono ricevere risposte molto diverse. È una disparità che incide direttamente sulla qualità della tutela. Occorre lavorare alla costruzione di criteri condivisi, attraverso un confronto tra avvocatura, magistratura e dottrina».
Quale ruolo deve assumere oggi l’avvocatura civile in questo contesto?
«L’avvocatura deve essere protagonista. Non può limitarsi alla gestione del singolo caso, ma deve contribuire al miglioramento del sistema. Questo significa investire nella formazione specialistica, lavorare in rete con le altre professionalità e partecipare attivamente al monitoraggio dell’applicazione delle norme. Il Protocollo sottoscritto con l’Osservatorio del Ministero della Giustizia va esattamente in questa direzione: costruire dati, analisi e proposte per rendere la tutela sempre più effettiva».
Il contributo del Dipartimento Pari Opportunità
L’impegno dell’Unione Nazionale Camere Civili su questo fronte si inserisce in un percorso più ampio, che vede l’avvocatura civile protagonista non solo nell’applicazione del diritto, ma nella sua evoluzione. La sfida è chiara: rendere effettiva la tutela per gli orfani speciali, superando disuguaglianze e criticità applicative, attraverso un lavoro serio, condiviso e continuativo.
È in questa prospettiva che si colloca l’azione del Dipartimento Pari Opportunità dell’UNCC.

Avvocata Filloramo, perché è necessario “dare voce agli invisibili” quando si parla di orfani speciali?
«Perché il loro dramma è spesso silenzioso. L’attenzione mediatica si concentra sul fatto di cronaca, ma si esaurisce rapidamente. Quando i riflettori si spengono, resta la difficoltà quotidiana di minori che hanno perso entrambi i punti di riferimento e devono comunque affrontare il futuro. Il nostro compito è riportare attenzione proprio su questa fase, che è la più delicata».
Quali sono oggi le principali criticità applicative della legge n. 4/2018?
«La legge ha rappresentato un passaggio fondamentale, ma l’esperienza applicativa ha evidenziato alcuni limiti. La disciplina, ad esempio, si concentra sugli orfani di crimini domestici in senso stretto, mentre esistono situazioni più complesse che non rientrano facilmente in questa definizione. Questo crea difficoltà interpretative che incidono sulla concreta possibilità di accesso alle tutele».
Quanto incide l’assenza di criteri uniformi nella valutazione dei casi?
«Incide molto. Oggi troppo è rimesso alla sensibilità del singolo giudice, sia nella qualificazione dei casi sia nella quantificazione del danno. Parliamo di traumi profondissimi, che segnano in modo permanente la vita dei minori. Proprio per questo è necessario costruire criteri più omogenei e condivisi».
Qual è il senso del lavoro avviato dall’UNCC su questo tema?
«È il passaggio dalla consapevolezza all’azione. Con il convegno del 15 aprile abbiamo voluto segnare un punto di partenza. Ora si apre una fase di lavoro concreto: raccolta dati, analisi, coordinamento tra istituzioni e proposte operative. L’obiettivo è trasformare la tutela prevista dalla legge in protezione reale».